L'analisi: il Referendum 2026 confermerà il paradosso dell'affluenza? Perché i dati storici smentiscono i sondaggi.

Oggi cala il silenzio della politica sul Referendum di domani e lunedì, come legge comanda. Spenti i riflettori sulla campagna elettorale, sfumati i toni sprezzanti della"contesa da stadio" di queste ultime settimane, non c'è giornata migliore di quella del silenzio elettorale per vestire i panni dell'analista e lasciare che siano i dati a parlare.

E la storia che ci raccontano è quella di un paradosso che, alla luce di quanto affermato da tutti i principali sondaggisti da fine gennaio fino a 15 giorni fa, potrebbe venire smentito (QUI puoi trovare tutti i Sondaggi politici sul Referendum).

Sebbene le proiezioni di tutti i principali istituti demoscopici abbiano sostenuto che il "Sì" avrebbe beneficiato di un'affluenza alta, la storia dei referendum costituzionali suggerisce l'esatto contrario.

Il circolo vizioso della polarizzazione

I dati elettorali ci dicono, infatti, che in Italia il successo di una riforma costituzionale è inversamente proporzionale alla sua "personalizzazione" politica.

Partiamo dalle riforme approvate, ovvero quelle del 2001 e quella del 2020. La vittoria del "Sì", più o meno ampia che sia stata, ha visto i livelli di affluenza più bassi (34,1% nel 2001 e 51,5% nel 2020) dei quattro appuntamenti. La condivisione di queste riforme, però, era stata anche più ampia e trasversale, con un dibattito molto più focalizzato sul merito che sugli interessi di parte. Abbastanza per non motivare a sufficienza gli elettori ad andare a votare.

Quando la riforma costituzionale diventa l'identità di una maggioranza (la Devolution di Berlusconi o il piano Renzi-Boschi), il discorso cambia. Si innesca, infatti, un meccanismo di mobilitazione reattiva, che porta gli italiani a difendere il testo originario della Costituzione da quelli che sono considerati come interessi di una parte.

In questo gioca sicuramente un dibattito molto acceso e dai toni infuocati, in cui la ragione "politica" spesso sovrasta quella di merito. Fatto sta che l'elettorato trova una motivazione per andare a votare: non ci si reca al seggio tanto per la riforma, ma per "fermare" chi l'ha proposta.

Secondo i dati storici, con un'affluenza sopra il 52% il rischio di bocciatura si fa molto più concreto.

La scommessa del 2026: merito, politica o cambio delle regole nella mobilitazione?

La vera incognita di domani è capire quanto la separazione delle carriere sia stata percepita come una riforma "tecnica" per l'efficienza della giustizia o quanto una sfida della maggioranza alla magistratura.

Se l'elettore percepisce la riforma come "di parte", è possibile che si inneschi il circolo vizioso: la campagna elettorale esce dal merito, la mobilitazione sale, l'affluenza alta diventa il veicolo del "voto contro".

Questo smentirebbe i sondaggi pre-silenzio: il "No" non sarebbe favorito dal disinteresse, ma sarebbe proprio l'arma di chi, sentendosi mobilitato politicamente, decide di andare a votare per bloccare un cambiamento che non condivide.

E se i sondaggi pre-silenzio avessero avuto ragione? In questo caso ci troveremmo alla smentita del paradosso dell'affluenza, ribaltando anche quanto abbiamo visto nelle regionali di autunno. La mancanza di cambi al vertice in tutte le regioni con l'elezione diretta del presidente, infatti, mostravano scenario di scarsa partecipazione elettorale e un quadro cristallizzato in cui né maggioranza né opposizione riescono a fare presa sull'elettorato. In pratica saremmo di fronte ad un cambio repentino delle regole che, negli ultimi mesi, hanno definito le logiche della mobilitazione.

Una chicca strategica: l'assenza di quorum diventa una "trappola"

In questo scenario, l'assenza di quorum nei referendum costituzionali agisce in modo subdolo. 

Mentre nei referendum abrogativi l'astensione è un'arma per uccidere il quesito, qui l'astensione diventa un segnale di mancata polarizzazione. E, dunque, di mancata motivazione per andare a votare, penalizzando chi è contro un provvedimento.

Storia elettorale e sondaggi pre-silenzio ci pongono quindi di fronte a nuovi interrogativi: mobilitarsi in un Referendum costituzionale vuol dire ancora fare scattare una "reazione allergica"?

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