Per approfondire: CHI SI CANDIDA | COME SI VOTA | RISULTATI
Per la sedicesima volta nella loro storia, i sardi saranno chiamati al voto domenica per scegliere il nuovo Consiglio regionale ed il nuovo governatore. Solo più recentemente, a partire dal 1994, questa carica viene eletta direttamente dai cittadini. Partiamo, dunque, per questo viaggio nella Sardegna al voto cominciando, come di consuetudine, dal profilo elettorale della regione. Ci chiederemo, quindi, come i sardi votano di norma alle elezioni regionali.
Lo faremo secondo i dati diffusi dalla Regione Sardegna e, data la scarsità della letteratura in materia, sugli studi proposti in “Istituzioni del Federalismo”, una rivista curata dalla Regione Emilia-Romagna. Faremo questa analisi a partire dal 2004. Una scelta obbligata per due motivi: il primo è che, per le elezioni precedenti, non abbiamo dati molto dettagliati sul voto. Il secondo è che proprio a partire da questa data si ha una legge elettorale che – seppure con alcune variazioni – non ha subito drastici cambiamenti nella struttura.
Con queste premesse, addentriamoci in questo viaggio alla scoperta “elettorale” della Sardegna a partire dall’orientamento politico. La prima domanda da porsi è: che tipo di tendenza politica caratterizza la Regione?
Colore e orientamento politico della Sardegna
Rispondiamo alla domanda, a partire dallo storico delle amministrazioni che si sono susseguite negli ultimi quindici anni.
| 2004 - 2009 | 2009 - 2014 | 2014 - 2019 | ||
| Renato Soru* | Ugo Cappellacci | Francesco Pigliaru | ||
| * Dal 24 dicembre 2008 al 16 febbraio 2009 il vicepresidente reggente è Carlo Mannoni | ||||
La timeline dimostra come la Sardegna si sia caratterizzata per un’alternanza di governo continua. Nel 2004 è stato eletto presidente Renato Soru, patron di Tiscali che, da indipendente, aveva riunito sotto il suo nome il centrosinistra. A pochi mesi dalla scadenza del mandato, il governatore ha deciso di dimettersi perché in contrasto con la sua stessa maggioranza. La quale, però, lo ricandida anche nella tornata anticipata di febbraio 2009. Soru verrà, tuttavia, sconfitto da Ugo Cappellacci, all’epoca assessore al Comune di Cagliari, proposto dal centrodestra e da Silvio Berlusconi in persona. La sconfitta del centrosinistra in Sardegna ha anche delle ripercussioni a livello nazionale: Walter Veltroni, all’epoca segretario del Partito Democratico, lascia il Nazareno. Anche il governo di centrodestra, tuttavia, è destinato l’arco di una legislatura. Ripresentatosi, infatti, agli elettori nel 2014, Cappellacci viene sconfitto da Francesco Pigliaru, già assessore al Bilancio della giunta Soru e docente delle Università di Cagliari e Sassari. Una vittoria, quella del centrosinistra, che avviene sul filo del rasoio e dopo una campagna elettorale molto turbolenta. Democratici ed alleati, infatti, avevano optato per le primarie di coalizione, che si sono celebrate nell’autunno del 2013. A vincerle era stata la consigliera regionale Francesca Barracciu che, tuttavia, ha rinunciato alla candidatura dopo esser stata coinvolta nell’inchiesta sui rimborsi ai gruppi regionali della Sardegna. Pigliaru, dunque, è stato scelto all’ultimo minuto, cercando di impostare una campagna veloce ed efficace.
Il governatore uscente ha deciso, però, di non ripresentarsi in questa tornata elettorale, spianando le porte ad un nuovo ricambio, comunque vadano le elezioni.
Da una prima immagine, quindi, ricaviamo l’idea di una Sardegna fortemente contendibile per le coalizioni nazionali in lotta. L’elettorato sardo giudica severamente l’operato dell’incumbent, votandosi ad un cambiamento repentino ed in linea con la maggioranza nazionale: Soru, infatti, esercita una fetta consistente del suo mandato negli anni del secondo governo Prodi; Cappellacci in quelli del governo Berlusconi; Pigliaru in quelli dei governi di centrosinistra targati Matteo Renzi e Paolo Gentiloni.
La timeline dei governi regionali permette di definire una tendenza politica solo in parte, ma non dice nulla sulla effettiva competitività nelle tornate elettorali da parte delle principali coalizioni. Per verificare tutto ciò, considereremo i dati elettorali. A questo proposito, abbiamo fatto una media dei voti validi totali, dei voti espressi verso le coalizioni di centrosinistra e quelli espressi verso le coalizioni di centrodestra. La media prende in considerazione le tornate che vanno dal 2004 ad oggi.
| Coalizione | Voti | % | |
|---|---|---|---|
| Media Centro-sinistra | 406 231 | 45,44% | |
| Media Centro-destra | 396 664 | 44,37% | |
| Media voti validi | 894 017 | ||
La tabella che abbiamo riportato sopra riassume i dati e completa a tutti gli effetti l’idea di una regione altamente contendibile: centrosinistra e centrodestra, infatti, sono appaiati, con un solo punto che li separa.
Anche la distribuzione geografica del voto individua una regione sostanzialmente spaccata a metà: sono 194 i comuni che scelgono i progressisti, contro i 183 che vanno verso lo schieramento più moderato.
In particolare, il centrosinistra ha la meglio nella fascia interna del nuorese e nella piana del Campidano, con piccole isolette arancioni nell’hinterland di Sassari e nella parte interna dell’Ogliastra. Il centrodestra, al contrario mostra un profilo di consenso ben distribuito sulla costa, con picchi particolarmente intensi nella periferia di Oristano, in Gallura e Costa Smeralda.
Abbiamo, quindi, chiarito che quella della Sardegna è una sfida sostanzialmente aperta, pronta a cambiare di volta in volta. Cerchiamo, dunque, di individuare alcune caratteristiche salienti del voto sardo e il modo in cui agiscono sulle coalizioni. Un prezioso aiuto, in questo senso, proviene proprio dagli studi condotti dalla rivista “Istituzioni del Federalismo” della Regione Emilia-Romagna.
Una regione propensa all'astensione
Il primo punto della nostra analisi riguarda l’affluenza, per la quale possiamo estendere l’osservazioni anche alle elezioni regionali del 1994 ed il 1999. La percentuale di votanti per qualsiasi tornata è riportata dalla tabella che segue:
| 1994 | 1999 | 2004 | 2009 | 2014 | ||
| Affluenza | 74,3 | 66,3 | 71,1 | 67,6 | 52,3 | |
| Diff. con prec. | ⬇ 8,0 | ⬆ 4,8 | ⬇ 3,5 | ⬇ 15,3 | ||
I dati confermano una tendenza precisa che già abbiamo avuto modo di osservare in Abruzzo: la mobilitazione degli elettori favorisce il centrosinistra. Non è un caso, infatti, che si registri un calo drastico dell’affluenza sia in occasione delle regionali del 1999, vinte da Mauro Pili, sia in quelle del 2009, in cui a prevalere è stato Ugo Cappellacci.
Caso a parte è quello del 2014: in questa circostanza, infatti, a vincere sono i progressisti, ma l’astensione tocca un livello record, arrivando quasi ad eguagliare chi si è recato alle urne. Nel complesso tra la tornata del 2009 e quella del 2014 si ha un calo di votanti pari al 15,3%.
L’alto livello dell’astensione sarda, tuttavia, non appare un episodio isolato. Al contrario, è una tendenza abbastanza consolidata in tutte le elezioni di qualsiasi rango. Nel 2010, ad esempio, in occasione del ballottaggio delle elezioni provinciali di Cagliari votò meno di un quarto dell’elettorato. Parimenti, alle elezioni politiche del 2013, l’asticella fece registrare un livello di partecipazione di gran lunga più basso – circa 7 punti – rispetto alla media nazionale. Potremmo, poi, ricordare il caso delle elezioni suppletive per il Collegio uninominale di Cagliari dello scorso 20 gennaio, quando venne fatto registrare un nuovo record negativo dell’astensione. Alle urne, infatti, si è recato solamente il 15% del corpo elettorale.
La partecipazione elettorale in caduta libera è, dunque, un fenomeno interessante, sul quale in futuro gli studiosi della materia dovranno concentrarsi con attenzione e sensibilità. Per il momento possiamo ricollegare la causa dell’alta astensione alle elezioni regionali di cinque anni fa ad alcune caratteristiche di quella tornata elettorale. È necessario, infatti, ricordare che ha pesato su maggioranza ed opposizione – colpita direttamente nella figura del candidato presidente – l’inchiesta giudiziaria sulla gestione dei fondi regionali ai gruppi di partito. Così come la decisione del Movimento Cinque Stelle – prima forza nelle elezioni politiche dell’anno precedente – di non partecipare alla competizione. A questo, si potrebbe aggiungere la crisi occupazionale che ha investito soprattutto i poli industriali dell’isola, nelle cui aree si è registrato un calo più intenso di elettori. Quest’ultima spiegazione, tuttavia, appare più sfumata, dato che storicamente Sulcis-Iglesiente e Medio Campidano fanno in ciascuna tornata da fanalini di coda. Al contrario, sono proprio le due circoscrizioni in cui il centrosinistra è più forte, Sassari e Nuoro, a presentare urne maggiormente piene.
La personalizzazione delle elezioni
Un altro fattore sicuramente interessante da prendere in considerazione è quello che riguarda la personalizzazione della tornata. Oltre al voto per il solo presidente, infatti, in Sardegna è possibile effettuare il voto disgiunto, alimentando una certa asimmetria nel rapporto tra candidati e coalizioni.
Cominciamo ad analizzare la personalizzazione delle tornate in Sardegna dal rapporto che esiste tra voto al candidato presidente e quello espresso verso le coalizioni. Per comodità considereremo le sole percentuali, che riportiamo nella tabella che segue:
Cominciamo ad analizzare la personalizzazione delle tornate in Sardegna dal rapporto che esiste tra voto al candidato presidente e quello espresso verso le coalizioni. Per comodità considereremo le sole percentuali, che riportiamo nella tabella che segue:
| Anno | Coalizione | Voti al cand. |
Voti alle liste |
Diff. | |
|---|---|---|---|---|---|
| 2004 | Centro-sinistra | 50,2% | 46,0% | ⬆ 4,2% | |
| Centro-destra | 40,5% | 44,1% | ⬇ 3,6% | ||
| 2009 | Centro-sinistra | 42,9% | 39,0% | ⬆ 3,9% | |
| Centro-destra | 51,8% | 56,1% | ⬇ 5,7% | ||
| 2014 | Centro-sinistra | 42,5% | 42,5% | - | |
| Centro-destra | 39,7% | 43,9% | ⬇ 4,2% | ||
Secondo i dati, è molto evidente la maggiore capacità del centrosinistra di far leva su candidati in grado di trascinare la coalizione. Ciò è stato particolarmente evidente in occasione delle due candidature di Renato Soru: l’ex patron di Tiscali, infatti, prende circa il 4 punti percentuali in più delle liste che lo appoggiano.
Al contrario, nel centrodestra il saldo è perennemente in negativo. Con un picco nel 2009, quando la coalizione guadagna 5,7 punti in più rispetto ad Ugo Cappellacci. Dati, quelli evidenziati, non dissimili da ciò che l’applicazione dell’indice di personalizzazione elaborato da “Istituzioni del Federalismo” sulla base del lavoro già svolto di Guido Legnante.
Al contrario, nel centrodestra il saldo è perennemente in negativo. Con un picco nel 2009, quando la coalizione guadagna 5,7 punti in più rispetto ad Ugo Cappellacci. Dati, quelli evidenziati, non dissimili da ciò che l’applicazione dell’indice di personalizzazione elaborato da “Istituzioni del Federalismo” sulla base del lavoro già svolto di Guido Legnante.
| Anno | Candidato | Ind. pers. |
|
|---|---|---|---|
| 2004 | Centro-sinistra | +0,239 | |
| Centro-destra | +0,041 | ||
| 2009 | Centro-sinistra | +0,303 | |
| Centro-destra | +0,097 | ||
| 2014 | Centro-sinistra | +0,081 | |
| Centro-destra | -0,023 | ||
I candidati del centrodestra, infatti, tendono a presentare valori più bassi rispetto a quelli dei candidati del centrosinistra. Addirittura, nel caso del 2014, Cappellacci finisce per non portare valore aggiunto rispetto ai partiti che lo hanno sostenuto. Così come l'affluenza, dunque, anche la capacità di personalizzare la competizione elettorale è un valore aggiunto per il centrosinistra.
I partiti regionalisti
Terza ma non meno importante caratteristica della politica sarda è il ruolo che i partiti regionalisti rivestono. Come nelle altre regioni a Statuto speciale, infatti, anche in Sardegna, alcune formazioni hanno imperniato la loro ideologia sulla tutela delle istanze locali sotto il profilo economico, culturale e politico.
Prevalentemente collocati a sinistra, i sardisti si dividono in due grandi famiglie: quelli più propendenti ad istanze indipendentiste e quelli maggiormente sostenitori dell’autodeterminazione con ampi spazi di autonomia dell’isola. I primi tendono a rifiutare la collaborazione con i partiti italiani, i secondi, invece, sono più disponibili ad una collaborazione con essi, aderendo alle coalizioni nazionali.
Tra i primi, il più noto è Sardigna Natzione. Tra i secondi, la lista è molto lunga.
Il più noto è sicuramente Partito Sardo d’Azione. Fondato da Emilio Lussu, si è per lungo tempo collocato nel centrosinistra, rompendo con i progressisti in epoca più recente, quando ha deciso di allearsi con i partiti di centrodestra. Una scelta che ha diviso il partito in più occasioni: la prima, nel 2009, quando nacque RossoMori. La seconda, nel 2013, quando il consigliere Paolo Maninchedda lancia il progetto del Partito dei Sardi.
Una formazione, quest’ultima, che attinge anche nell’area di Indipendentzia Repubrica de Sardinia, che, nello stesso periodo, aveva subito la scissione di Progrés per mano del gruppo vicino alla scrittrice Michela Murgia.
Fatta questa breve digressione, cerchiamo di capire che ruolo giocano nel contesto della politica regionale. Sono determinanti nelle sorti elettorali della regione, così come accade anche in altri enti a statuto speciale, o hanno un ruolo subalterno?
| Area liste | 2004 | 2009 | 2014 | |
|---|---|---|---|---|
| Area Centro-sinistra | 7,85% | 2,54% | 8,56% | |
| Area Centro-destra | 10,49% | 11,07% | 14,93% | |
| Fuori dai poli | 9,69% | 2,51% | 11,95% | |
I dati riportati nella tabella fanno propendere per la prima ipotesi. La componente sardista, infatti, rappresenta una fetta notevole di elettorato: il 28,03% nel 2004, il 16,12% nel 2009 ed il 35,44% nel 2014. Vediamo, in particolare, che proprio l’area di centrodestra è quella che maggiormente beneficia di tutto ciò.
A favorire i conservatori, infatti, la scelta del Partito Sardo d’Azione di collocarsi in questa area, così come quella degli attori locali di ispirazione democratico cristiana. Tra questi, possiamo ricordare, infatti, Fortza Paris, che è sorto dall’unione del Partito popolare sardo con Sardistas e Unità del popolo sardo, i Riformatori Sardi di Massimo Fantola, sorti sulle rovine del Patto Segni e l’Unione Democratica Sarda di Mario Floris, proveniente dall’Unione Democratica per la Repubblica.
Sicuramente più sfavorito il centrosinistra, il quale subisce una vera e propria concorrenza interna con chi preferisce schierarsi fuori dai Poli. Che rappresenta il 9,69% dei voti validi nel 2004, il 2,51% nel 2009 e l’11,95% nel 2014. Una concorrenza da non sottovalutare nella prossima tornata elettorale, vista la riunione di tutti gli indipendentisti di sinistra sotto il cartello di Autodeterminatzione.
Cosa dire dunque, del voto dei sardi alle regionali? Che è caratterizzato da una forte alternanza tra centrosinistra e centrodestra. I primi giovano di una affluenza più alta e una capacità di personalizzare la campagna elettorale in maniera più efficace. I secondi, invece, beneficiano dell'apporto in coalizione dei partiti attivi soprattutto nel contesto locale. Un'astensione particolarmente alta e una nuova riorganizzazione degli indipendentisti al di fuori dei poli, poi, contribuiscono a complicare il quadro, non rendendolo affatto scontato.


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